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Salario minimo: così è a metà tra improvvisazione e spot pubblicitario

BARI – In questi giorni si fa tanto parlare di salario minimo, come se fosse la panacea di ogni male per curare un Paese non solo malato cronico di disoccupazione, in particolare fra i giovani e fra le donne, ma anche affetto da un livello di produzione e soprattutto dei consumi interni sterile, ormai inchiodato nelle sabbie mobili della stagnazione.

Come sovente accade negli ultimi tempi, per un problema complesso si sceglie la strada più breve, più facile, applicando un’equazione così elementare da risultare quasi banale: i consumi non decollano perché in lavoratori (almeno quelli che per loro fortuna hanno ancora un’occupazione) guadagnano poco, quindi imponiamo per decreto (e come, sennò) un salario minimo legale di 9 euro, lordi o netti, si vedrà.

Partiamo dalla metodologia decisionale, prassi consolidata adottata con disarmante disinvoltura dai Governi degli ultimi 15-20 anni: il decreto. Qui risiede il primo controsenso: si vuole mettere in campo una misura europea – eh sì che l’Italia è fra i pochi Paesi Ocse a non avere un reddito minimo legale – ma con metodi antieuropei (e antidemocratici) se è vero, come è vero, che nei grandi Paesi continentali (Francia, Germania e Regno Unito su tutti) la quota minima della retribuzione oraria è stata definita dopo una lunga discussione in seno a una commissione indipendente e paritaria composta da imprese, sindacati ed esperti, che peraltro si aggiorna annualmente per verificare l’efficacia della misura. In Italia, nazione tra le più sindacalizzate del pianeta, invece, il sindacato è relegato, ben che vada, al ruolo di consulente esterno, da ascoltare solo per “tenere buona” una parte dell’opinione pubblica, perlomeno quando si riesce a non litigare, nel medesimo Esecutivo, su chi sia l’effettivo interlocutore delle parti sociali.

E’ proprio la storia sindacale italiana, del resto, che ha fatto sì che da noi non si sia mai sentita la necessità di applicare un salario minimo legale. Difatti, la metodologia applicata dalla fine degli anni ’60 a oggi, indubbiamente con fisiologici alti e bassi, è quella della concertazione, che ha prodotto contratti nazionali collettivi condivisi che non si esprimono esclusivamente sulla quota retributiva minima oraria, ma anche su una serie di diritti e di tutele, di conquiste sindacali ma soprattutto dei lavoratori, su temi fondamentali come la sicurezza, la salute, i tempi di lavoro, eccetera.

Da qui, passando ai numeri che non mentono mai, il profondo scetticismo sindacale nei confronti del salario minimo legale, che in molti, nel vasto e variegato universo politico, con la consueta vena comunicativa oltremodo creativa, spacciano per meccanismo di autodifesa di presunti privilegi e prerogative delle organizzazioni sindacali. Ebbene, analizzando i contratti nazionali di lavoro già esistenti, che quindi sulla carta dovrebbero essere “semplicemente” applicati, e calcolando su base annua, solo il ccnl della vigilanza privata non garantisce una retribuzione oraria minima superiore ai 9 euro proposti dal Governo. In Italia ci sono 2,9 milioni di lavoratori sotto quota 9 euro l’ora, il 60% circa dei quali sono apprendisti, solo il 26% operai e il 6% impiegati. Le tipologie di lavoratori più penalizzati? Il 100% delle colf e badanti percepiscono meno di 9 euro l’ora, così come il 50% degli artigiani, il 38% dei lavoratori dell’agricoltura e il 34% del terziario, settori dove, cronache quotidiane alla mano, più che la necessità di un salario minimo ci sarebbe bisogno di controlli serrati sull’applicazione dei reali contratti nazionali, oltre che delle misure legislative a favore della sicurezza e dell’incolumità di tanti lavoratori  e tante lavoratrici.

Inoltre, l’impressione è che il salario minimo rappresenti l’ennesima mossa a metà tra arguta comunicazione e pessima improvvisazione, buona (forse) per accaparrarsi qualche spicciolo di voto in più. Infatti, pare evidente che non siano state considerate tutte le conseguenze della misura, per almeno due generi di ragioni.

La prima: finanziariamente tale misura avrebbe un costo per le imprese (che dovrebbero adeguarsi al decreto) stimato in oltre 3 miliardi di euro, ovvero una mazzata enorme per il sistema produttivo nazionale, già di per sé boccheggiante. Ed è noto che un sistema produttivo che arranca non assume.

La seconda: i consumi non vengono condizionati dalle retribuzioni minime, ma da quelle medie e non a caso nei Paesi Ocse il salario minimo tiene conto del così detto “salario mediano”. All’uopo, basti pensare che mediamente, in Europa, il salario minimo rappresenta il 40-60% del salario mediano, mentre in Italia quasi l’80%. Se a ciò aggiungiamo che già la differenza tra l’Italia e altri Paesi altamente industrializzati è enorme (un lavoratore italiano guadagna 10mila euro annui meno di un tedesco e 8mila meno di un pari grado francese), ma che la forbice tra Nord e Sud Italia è ancora ampia (un operaio al Sud guadagna circa 2000 euro meno di un operaio del Nord e un impiegato 2400 in meno), è agevole intuire come l’introduzione del salario minimo non solo delineerebbe un livellamento al ribasso, ma non conferirebbe alcun impulso concreto alla crescita dei consumi, specialmente da Roma in giù.

Quindi, in conclusione, riteniamo che impellente sia più che altro riprendere un serio percorso di concertazione tra Governo e parti sociali, con regole chiare su rappresentanza e rappresentatività, per razionalizzare la selva di contratti nazionali di cui negli ultimi anni si è francamente abusato, per rivedere le stime del salario mediano, per prevedere una corretta applicazione e un effettivo adeguamento degli accordi stessi alle diverse realtà lavorative (considerando anche le nuove tipologie occupazionali emergenti), mettendo in campo misure condivise con le parti datoriali, in un contesto, però, di programmazione lungimirante e non a spot. Chi descrive un sindacato comodamente ormeggiato nei principi del ‘900 si sbaglia di grosso: siamo disposti a cambiare, siamo pronti a contribuire all’evoluzione del mondo del lavoro, ma a patto che ciò avvenga con criterio, nell’esclusivo interesse dei lavoratori e del Paese.

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